Circolazione stradale: comportamento del conducente in caso di incidente stradale. Reato di fuga e mancato soccorso. Articolo 189 Dlgs 30 aprile 1992, n° 285.

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Nel reato di fuga, previsto dall’articolo 189 commi 1 e 6 del codice della strada, il dolo deve investire non solo l’evento dell’incidente, comunque ricollegabile al comportamento del conducente, ma anche il danno alle persone.

Corte di cassazione, sezione 4, penale, sentenza 21 dicembre 2006, n° 41962.

I reati di omissione dell’obbligo di fermarsi in caso di incidente stradale ricollegabile al comportamento dell’utente della strada, di cui all’articolo 189, comma 6, CdS, e quello di omissione dell’obbligo di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite, di cui al comma 7 del medesimo articolo, costituiscono due fattispecie distinte che, in caso di contestuale violazione, concretizzano un concorso materiale di reati. La prima fattispecie risponde all’esigenza di consentire l’identificazione del colpevole e l’accertamento delle modalità dell’incidente; si tratta dunque di un reato  omissivo che impone all’agente di fermarsi in presenza di un incidente percepito come riconducibile al proprio comportamento, a prescindere dalla sussistenza effettiva di un danno alle persone. La seconda fattispecie, invece, risponde alla necessità del bisogno di assistenza dell’investito, che viene meno in caso di assenza di lesioni o per intervento altrui che renda non più utile o efficace l’ulteriore intervento dell’obbligato.

Tribunale di Cagliari, sezione penale, sentenza 10 aprile 2015, n° 1161.

Nel reato di fuga, ex articolo 189, comma 6, CdS, il dolo deve investire l’omesso obbligo di fermarsi in relazione all’evento dell’incidente stradale e non anche la constatazione dell’esistenza di un danno effettivo alle persone che vi risultino coinvolte. Diversamente, nel reato di mancata prestazione di assistenza occorrente in caso di incidente, di cui al comma 7 del medesimo articolo, vi è una diversa partecipazione psicologica rispetto a quella del reato di fuga, non essendo sufficiente la consapevolezza che dall’incidente possano essere derivate conseguenze per le persone, ma occorrendo che un tale pericolo appaia essersi concretizzato, almeno sotto il profilo del dolo eventuale, in effettive lesioni dell’integrità fisica. Nel caso di specie, l’imputato è stato riconosciuto responsabile solo del reato di cui all’articolo 189, comma 6, in quanto, dopo aver provocato l’incidente, lo stesso si allontanava senza fermarsi, non essendovi chiari e immediati segnali di lesioni per il conducente e i passeggeri del veicolo urtato.

Tribunale di Frosinone, sezione penale, sentenza 19 aprile 2017, n° 570.

 

 

 

 

 

Atti persecutori.

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Ai fini della configurabilità del delitto di atti persecutori (stalking art. 612 bis c.p.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – nella specie costituiti da condotte di ripetuta molestia, con pedinamenti e comunque con l’imposizione della propria presenza, talvolta con l’accompagnamento di minacce gravi – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 c.p.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica.

Corte di Cassazione, sezione 5, penale, sentenza 28 novembre 2013, n° 20531.

Per quanto attiene il reato di cui all’art. 612 bis c.p., è sufficiente ad integrare l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta dal ricorrente e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona offesa. Non occorre una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa.

Corte di Cassazione, sezione 5, penale, sentenza 10 giugno 2015, n° 35765.

Il reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p. è reato abituale, a struttura causale con eventi alternativi di danno quali: il perdurante e grave stato di ansia o di paura, il fondato timore per la propria incolumità o quella di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero l’alterazione delle proprie abitudini di vita.

 

 

Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice.

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L’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che concerna l’affidamento di minori può connettersi ad un qualunque comportamento da cui derivi la frustrazione delle legittime pretese altrui, compresi gli atteggiamenti di mero carattere omissivo. Ne consegue la rilevanza penale della condotta del genitore affidatario il quale, esternando al figlio un atteggiamento di rifiuto a proposito degli incontri con il genitore separato, non si attivi affinché il minore maturi un atteggiamento psicologico favorevole allo sviluppo di un equilibrato rapporto con l’altro genitore. (Nella specie la Corte ha per altro rilevato la dipendenza dell’atteggiamento di rifiuto del minore dalla forte conflittualità espressa dal genitore affidatario nei confronti del coniuge, escludendo per tale ragione che potesse rilevare quale giustificato motivo per il comportamento dello stesso affidatario, pure improntato ad un formale rispetto delle prescrizioni giudiziali).

Corte di Cassazione, sezione 6, penale, sentenza 22 settembre 2004, Rv 230211.

L’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi l’affidamento di minori può concretarsi in un qualunque comportamento da cui derivi la “frustrazione” delle legittime pretese altrui, ivi compresi gli atteggiamenti di mero carattere omissivo. (Fattispecie in cui il genitore affidatario, cambiando continuamente il luogo di dimora senza darne preavviso al marito separato, aveva di fatto impedito l’esercizio del diritto di visita e di frequentazione dei figli).

Corte di Cassazione, sezione 6, penale, sentenza 16 settembre 2010, Rv 248157.

 

Violazione degli obblighi di assistenza familiare.

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In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare di cui all’art. 570 comma 2 n° 2 cp, occorre distinguere tra assegno stabilito dal giudice e “mezzi di sussistenza”, essendo questi ultimi del tutto indipendenti dalla valutazione operata in sede di giudizio civile. La nozione di mezzi di sussistenza comprende solo ciò che è strettamente necessario per la sopravvivenza dei familiari dell’obbligato, nel momento storico in cui il fatto avviene. Ne consegue che, nell’ipotesi di mancata corresponsione da parte del coniuge obbligato dell’assegno stabilito in sede civile, il giudice penale, al fine di ritenere la configurabilità del reato di cui all’articolo 570, comma 2, n. 2 cp, deve apprezzare se, per effetto di tale condotta, siano venuti a mancare i “mezzi di sussistenza”, con accertamento necessariamente esteso alla verifica dello stato di bisogno dell’avente diritto alla somministrazione dei mezzi di sussistenza e alla comprovata capacità economica dell’obbligato a fornirglieli. (Da queste premesse, è stata annullata con rinvio la sentenza di condanna che aveva fondato il giudizio di responsabilità sulla base del solo dato dell’inadempimento all’obbligo civilistico, senza approfondire il profilo dello stato di bisogno, in una vicenda in cui i figli della coppia erano maggiorenni e in grado di svolgere attività lavorativa remunerata, e la moglie non solo era assegnataria di un alloggio signorile assegnatole in sede di separazione, ma già riscuoteva, in ogni caso, un quinto della somma che le spettava a seguito di pignoramento presso terzi).

Corte di Cassazione, sezione 6, penale, sentenza 9 luglio 2012, n° 26808.

Reato di diffamazione.

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La comunicazione con più persone è elemento costitutivo del reato di diffamazione ma non occorre che la propalazione avvenga simultaneamente essendo irrilevante l’intervallo di tempo, più o meno lungo, tra le singole comunicazioni (nella specie trattavasi di diffamazione commessa con l’invio di una lettera a più persone le quali l’avevano ricevuta in tempi diversi).

Corte di Cassazione, sez. 5, penale, sentenza 19 giugno 2000, n° 7179.

Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di diffamazione è sufficiente il dolo generico e, cioè, la consapevolezza di ledere l’onore o la reputazione di un altro soggetto. Peraltro, quando il carattere diffamatorio delle espressioni rivolte assuma una connotazione diffamatoria intrinseca che non può sfuggire all’agente, il quale le ha anzi usate proprio per dare maggiore efficacia al suo dictum, nessuna particolare indagine sulla ricorrenza o meno dell’elemento soggettivo del reato si presenta necessaria.

Corte di Cassazione, sez. 5, penale, sentenza 27 giugno 2000, n° 7517.

Nell’accertamento dell’elemento soggettivo della diffamazione sono irrilevanti l’intenzione, lo scopo, le particolari finalità, le motivazioni dell’agente, giacché l’articolo 595 cp non esige il dolo specifico, essendo invece sufficiente che sussista quello generico, inteso come coscienza e volontà della condotta, cioè della comunicazione dell’addebito offensivo ad almeno due persone, con la consapevolezza dell’idoneità delle espressioni adottate a menomare apprezzabilmente la reputazione del soggetto passivo.

Corte di Cassazione, sez. 5, penale, sentenza 25 gennaio 2002, n° 297.

Il bene giuridico tutelato dall’articolo 595 cp va individuato nell’opinione e nella stima di cui gode un soggetto in un determinato ambiente, con riferimento alle qualità personali, fisiche, intellettive, professionali, o altro; pertanto, la reputazione non va né identificata né confusa con la considerazione che ciascuno ha di se stesso e del proprio valore, ma si ricollega alla considerazione sociale dell’onore della persona.

Corte di Cassazione, sez. 5, penale, sentenza 17 settembre 2002, n° 3.

Ai fini della configurabilità del reato di diffamazione, la comunicazione con più persone si realizza anche quando le notizie o le frasi offensive siano comunicate a una sola persona, purché questa le riferisca ad almeno un’altra persona che ne abbia poi effettiva conoscenza (nella fattispecie, l’elemento della comunicazione a più persone è stato ritenuto in relazione a una lettera, pur inviata «in doppia busta chiusa» a un solo destinatario, ma con la sollecitazione di un inoltro ad altra autorità, poi effettivamente avvenuto).

Corte di Cassazione, sez. 5, penale, sentenza 21 luglio 2004, n° 31728.

In tema di diffamazione, non occorre che l’offeso sia nominativamente indicato, ma è sufficiente che in base alle indicazioni fornite egli possa venire individuato in maniera inequivoca; né rileva che, in concreto, l’identità del predetto possa essere percepita solo da un numero ristretto di persone.

Corte di Cassazione, sez. 5, penale, sentenza 6 maggio 2008, n° 1823.

In tema di diffamazione a mezzo stampa, sussiste l’esimente del diritto di critica quando le espressioni utilizzate consistano in un’argomentazione che esplicita le ragioni di un giudizio negativo collegato agli specifici fatti riferiti e non si risolve in un’aggressione gratuita alla sfera morale altrui (nella specie, un condomino aveva distribuito dei volantini in cui l’amministratore era stato paragonato a Pinocchio, dandogli, con implicita ma chiara allusione, del bugiardo).

Corte di Cassazione, sezione 5, penale, sentenza 27 maggio 2016, n° 41785.

Affidamento in prova al servizio sociale: pena sospesa fino a 4 anni.

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Corte Costituzionale, sentenza n. 41, 2 marzo 2018.

L’incertezza in ordine alla interpretazione dell’art. 656 co. 5 c.p.p. aveva portato ad una situazione paradossale a seguito dell’introdotto comma 3 bis dell’artico 47 L. 26 luglio 1975, n° 354: diversi uffici di Procura eseguivano ordini di carcerazione per pene tra i tre anni e un giorno e quattro anni senza emettere decreto di sospensione.

La problematica, emersa in giurisprudenza dal 2016, risale al momento dell’introduzione nel sistema, con uno dei decreti c.d. “svuotacarceri” (DL 146/2013), dell’affidamento c.d. “allargato”, inserito nel co. 3 bis dell’art. 47 OP per pene anche residue fino ai quattro anni. A seguito dell’introduzione della misura, era evidente il mancato coordinamento della disposizione con la norma sulla sospensione dell’esecuzione di cui all’art. 656 comma 5 cpp, che la rendeva inapplicabile per chi volesse accedervi dallo stato di libertà, nonostante il tenore della disposizione. In questo quadro si inserisce la decisione della Corte costituzionale, che, ritenuta la violazione dell’art. 3 Cost., ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 656 co. 5 c.p.p. nella parte in cui non prevede che il pubblico ministero debba sospendere l’esecuzione della pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, superiore a tre anni e fino a quattro anni.

La Corte ha statuito che “mancando di elevare il termine previsto per sospendere l’ordine di esecuzione della pena detentiva” anche all’affidamento allargato, il legislatore non è incorso in un mero difetto di coordinamento, ma ha leso l’art. 3 Cost. dando luogo ad un “trattamento normativo differenziato di situazioni da reputarsi uguali, quanto alla finalità intrinseca alla sospensione dell’ordine di esecuzione della pena detentiva e alle garanzie apprestate in ordine alle modalità di incisione della libertà personale del condannato”.

Misure di prevenzione.

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Valutazione della pericolosità sociale – Cass. pen., sez. VI, 15.06.2017, n° 43446.

Massima.

Nel procedimento di prevenzione la pericolosità del proposto, sotto il profilo giuridico, può essere diversamente qualificata dall’autorità giudiziaria previo rispetto del contraddittorio delle parti sulle questioni dedotte o deducibili collegate alla proposta, trattandosi, la valutazione giuridica del fatto, di un potere generale che spetta ad ogni giudice procedente. (Fattispecie in cui la richiesta di applicazione della misura di prevenzione, sulla base dell’indiziata appartenenza del proposto ad un’associazione mafiosa, era stata formulata in riferimento alla pericolosità qualificata, mentre sia il Tribunale che la Corte d’appello avevano ritenuto sussistente la mera pericolosità generica, diversamente valutando gli elementi dedotti nel corso del giudizio).

Appartenenti ad associazioni mafiose – Cass. pen., sez. I, 10.10.2017, n° 48441.

Massima.

Le Sezioni Unite dovranno precisare se per l’applicazione di una misura di prevenzione personale, nei confronti di un soggetto indiziato di appartenere ad un’associazione mafiosa, serva una motivazione “rafforzata” sull’attualità della pericolosità al momento della decisione di primo grado, oppure questa possa valutarsi presuntivamente sussistente. In tal senso la Cassazione a sezioni semplici, in relazione ad un procedimento riguardante un commercialista indiziato di appartenere alla mafia, ha rimesso la questione al massimo consesso, anche a fronte della necessità, segnalata dalla sentenza De Tommaso, di ancorare l’applicazione delle misure di prevenzione ai principi di chiarezza e precisione.

Le Sezioni unite della Cassazione, sentenza n° 111, depositata il 4 gennaio 2018, hanno affermato il seguente principio di diritto:

«Nel procedimento applicativo delle misure di prevenzione personali, agli indiziati di appartenere ad una associazione di tipo mafioso, è necessario accertare il requisito della attualità della pericolosità del proposto», risolvendo così la questione controversa loro rimessa.

 

 

 

 

Associazione per delinquere di stampo mafioso.

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Concorso morale – Cass. pen., sez. I, 17.10.2017, n° 48590.

Massima.

E’ configurabile il concorso di persone nel reato di omicidio, nella forma della partecipazione morale, quando il capo di un’organizzazione mafiosa conferisca ai sodali mandato generico alla soppressione di tutti i componenti di un clan rivale, poiché tale incarico non è indeterminato, ma determinabile in funzione dello scopo perseguito nell’ambito di un progetto specifico, deliberato nelle sue componenti essenziali, dato che l’appartenenza alla formazione avversaria delimita l’ambito delle possibili vittime; tale concorso, dunque, si distingue dall’indeterminato programma proprio dell’associazione mafiosa, che proietta nel futuro la realizzazione di una serie imprecisata di reati solo genericamente ed astrattamente previsti.

Partecipe – Cass. pen., sez. V, 16.06.2017, n° 35277.

Massima.

La condotta di colui che svolga il ruolo di “alter ego” del soggetto di vertice di un’associazione mafiosa, ponendo in essere attività di ausilio e intermediazione, con carattere continuativo e fiduciario, tale da risolversi in un contributo causale alla realizzazione del ruolo direttivo del sodalizio, nonché alla conservazione e rafforzamento di quest’ultimo, configura il reato di partecipazione ad essa.

Chiamata di correo e valutazione della prova – Cass. pen., sez. II, 30.05.2017, n° 31541.

Massima.

Nel delitto di associazione mafiosa, pur essendo escluso che le “frequentazioni” possano da sole provare una condotta di partecipazione, è possibile che, a fronte di una intrinsecamente valida chiamata di correità, le relazioni qualificate con altri esponenti della stessa organizzazione criminale, tra cui quelle con soggetti posti in posizione verticistica, valgono da riscontro esterno ex art. 192, co. III, c.p.p., e siano pertanto idonee ad essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità per il delitto di associazione mafiosa.

Partecipazione mafiosa e concorso esterno – Cass. pen., sez. II, 30.05.2017, n° 31541.

Massima.

Nel reato di associazione mafiosa il partecipe è soggetto che vuole fornire il suo contributo dall’interno dell’associazione, mentre nel concorso esterno il soggetto vuole prestare il suo apporto senza far parte della compagine associativa.

 

 

Il delitto di rapina.

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Cass. pen., sez. II, 27.10.2017, n° 53587. Massima.

Nel delitto di rapina è rilevante non solo l’aspetto patrimoniale, ma anche, e soprattutto, l’aspetto della coartazione della volontà della persona offesa, costretta a subire lo spossessamento di un bene per effetto di minaccia o violenza, qualunque ne sia il valore (confermata la condanna per l’imputato che aveva sottratto due sgabelli da un magazzino usando poi violenza per sfuggire al proprietario).

Cass. pen., sez. II, 31.05.2017, n° 31320. Massima.

In tema di rapina, ricorre la circostanza aggravante delle più persone riunite nel caso di effettiva simultanea presenza di almeno due compartecipi nel luogo e nel momento del fatto, pur se la violenza sia posta in essere da uno soltanto di essi.

Cass. pen., sez. II, 17.03.2015, n° 14896. Massima. 

Chi svolge il ruolo di “palo” tiene una condotta essenziale nel reato di rapina, dato che guarda le spalle dei suoi compartecipi e previene eventuali sorprese che possono disturbare la loro opera.

Cass. pen., sez. 29.11.2011, n° 46588. Massima.

Non è riconoscibile la circostanza della partecipazione di minima importanza a colui che, nel corso di una rapina, abbia ricoperto il ruolo di “palo” e, successivamente, si sia posto alla guida della vettura utilizzata dai rapinatori per la fuga.

Circostanze del reato: agevolazione mafiosa e metodo mafioso. Art. 7 d.l. 152 del 1991.

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Cass. pen., sez. II, 04.12.2015, n° 49090. Massima.

L’art. 7 d.l. 13 maggio 1991, n. 152, convertito in l. 12 luglio 1991, n. 203, configura due ipotesi di circostanze aggravanti: la prima relativa al reato commesso dal soggetto, appartenente o meno all’associazione di cui all’art. 416 bis c.p., che si avvale del metodo mafioso, ai fini della cui integrazione non è necessaria la prova dell’esistenza dell’associazione criminosa, essendo sufficiente l’aver ingenerato nella vittima la consapevolezza che l’agente appartenga a tale associazione; la seconda, invece, postulando che il reato sia commesso al fine specifico di agevolare l’attività di una associazione mafiosa, implica necessariamente l’esistenza reale, non semplicemente supposta di essa, e richiede, ai fini della sua integrazione, la prova della oggettiva finalizzazione dell’azione a favorire l’associazione e non un singolo partecipante.

Cass. pen., sez. II, 20.09.2016, n° 54273. Massima.

La circostanza aggravante del metodo mafioso è configurabile anche a carico di un soggetto che non faccia parte di un’associazione di tipo mafioso ma ponga in essere un comportamento minaccioso tale da richiamare alla mente e alla sensibilità della persona offesa quello ritenuto proprio di chi appartenga a tale sodalizio.

Cass. pen., sez. VI, 29.03.2017, 29816. Massima.

La circostanza aggravante di cui all’articolo 7 decreto legge 13 maggio 1991 n. 152, convertito dalla legge 12 luglio 1991 n. 203, sotto il profilo della “agevolazione mafiosa“, in quanto incentrata su una particolare motivazione a delinquere e sulla specifica direzione finalistica del dolo e della condotta, configura una circostanza soggettiva, a differenza dell’uso del “metodo mafioso” che invece si connota per il carattere oggettivo, derivando quell’aggravante dalle modalità di realizzazione dell’azione criminosa. Pertanto, trattandosi di circostanza aggravante concernente i motivi a delinquere e l’intensità del dolo, alla finalità agevolatrice dell’associazione mafiosa è applicabile, in caso di concorso di persone nel reato, la specifica regola di cui all’articolo 118 c.p., che ne circoscrive la valutazione al partecipe cui esse si riferiscono. In altri termini, l’aggravante può essere applicata solo al comportamento del singolo concorrente che risulti assistito, sulla base di idonei dati indiziari o sintomatici, dalla cosciente finalizzazione agevolatrice del sodalizio criminale, dovendosi comunque escludere l’estensione dell’aggravante agli altri, sul presupposto che la relativa sussistenza sia stata ignorata per colpa o ritenuta insussistente per errore determinato da colpa, perché l’articolo 118 c.p. è norma speciale, per il caso di concorso di persone nel reato, rispetto all’articolo 59, comma 2, c.p.

Cass. pen., sez. VI, 13.06.2017, n° 41772. Massima.

La circostanza aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso, prevista dall’art. 7 d.l. 13 maggio 1991, n. 152, non presuppone necessariamente l’esistenza di un’associazione ex art. 416 bis, c.p., essendo sufficiente, ai fini della sua configurazione, il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso; essa è pertanto configurabile con riferimento ai reati-fine commessi nell’ambito di un’associazione criminale comune, nonchè nel caso di reati posti in essere da soggetti estranei al reato associativo. (In motivazione, la Corte ha precisato che il riconoscimento della circostanza aggravante in questione rispetto ad alcuni reati fine di un’associazione per delinquere, commessi anche da soggetti estranei al reato associativo, non consente di attribuire necessariamente al sodalizio il carattere della mafiosità).